Oltre il mito, oltre la leggenda

28 Ago

Diceva Lucio Dalla: a chiunque voi chiediate cosa stesse facendo il pomeriggio del 01/05/1994 questi vi saprà rispondere con precisione.
Perché quel giorno morì a 34 anni (compiuti da poco) Ayrton da Silva, meglio conosciuto come Ayrton Senna.

In Senna sapevano convivere due fuoriclasse in perfetta simbiosi fra loro: l’uomo ed il pilota.
Quella di unire doti apparentemente in antitesi (o comunque recalcitranti fra loro) sarà una costante della sua vita e della sua carriera.
Aveva qualità talmente adamantine che la genialità pareva aver scelto lui per fare bella mostra di sé nella sua forma più pura.
Genio e regolatezza: in nessun altro pilota il talento fu più a così stretto contatto con la meticolosità.
Dopo una sonora sconfitta sull’acqua patita coi kart decise di allenarsi intere giornate sulla pista bagnata: su quella superficie diventerà letteralmente imbattibile.
Avete mai visto un brasiliano essere l’idolo dei meticolosi ingegneri giapponesi?
Ebbene sì.
Che fosse un predestinato lo si era capito da quell’esordio dirompente a Montecarlo, dove il fato – in una delle sue più brillanti intuizioni – gli farà incrociare Alain Prost e con un anelito sembrava avesse detto loro “Che il duello abbia inizio”.
Ayrton combatteva contro diversi rivali: gli altri piloti in primis, indubbiamente se stesso, ma anche la macchina e la fisica (non a caso si batterà contro la svilente elettronica che appiattisce i valori in gioco come in una Play Station).
Il suo inimitabile stile di guida (si può solo ammirare, in questo caso le immagini surclassano le parole) era pregno del rapporto primordiale fra l’uomo e la velocità: da bordo pista erano udibili le sue urla prima delle staccate più violente.
Ovviamente in punti dove osava farle solo lui.
Il fuoriclasse brasiliano dava sempre la sensazione di potersi inventare qualcosa in qualsiasi momento (“Non esiste una curva dove non si possa sorpassare”), quasi captasse sensazioni metafisiche.
Le sue non erano mai vittorie banali, erano la sublimazione delle stesse.
Il pathos che sprigionava Ayrton Senna nelle prove raggiungeva il suo parossismo a 5 minuti dalla chiusura.
Con lui in pista le qualifiche erano una gara nella gara (da vincere anche quella, of course).
E’ stata la sua smodata passione per le competizioni a fargli conoscere il limite: prima un obiettivo da raggiungere poi un compagno col quale convivere per un reciproco innalzamento di valori, un volano dello stimolo.

Il valore di un pilota non dipende dal numero di Mondiali vinti.
Dipende da come li vinci e contro chi li vinci (“Ho bisogno di fare qualcosa di speciale. Ogni anno qualcuno vince un titolo. Io voglio fare di più”).
Quella era la generazione di Piquet, di Prost e di Mansell.
E di auto dannatamente brutali.
Rivedere una camera card dell’epoca aiuta a capire che razza di mostri fossero da domare le monoposto di allora.
Schumacher, dall’alto dei suoi 7 titoli iridati (lungi da me da scatenare risse da Far West fra tifosi), quando ha incontrato piloti validi con auto affidabili (Hakkinen, Villeneuve, Alonso) ha dovuto alzare bandiera bianca pure lui.
Il campione di San Paolo usciva (spesso) vincitore anche nelle sconfitte (a Suzuka ’89, quando a fermarlo furono i giudici, cioè la Fia di Balestre) o nel ’93 quando su una Mc Laren imbarazzante ha innalzato il significato etimologico della parola capolavoro.
Asserire che con la sua morte sia finita anche la F1 può risultare eccessivo.
Affermare che un personaggio come lui non calcherà più il paddock è quantomeno sensato.
Avvalorando (forse) la prima ipotesi.
Era il più bravo ma è stato per lungo tempo anche il più osteggiato dal Palazzo: il già citato Jean-Marie Balestre (l’allora Presidente della Federazione) molto simpaticamente gli tolse un Mondiale per darlo all’amico Prost francese come lui e non smise di ostacolarlo quando poteva (sempre a Suzuka invertì la partenza dalla pole, fomentando l’altra storica collisione col pilota francese).
Giustizia e meritocrazia infatti erano fra i capisaldi del Senna-pensiero.
Capì subito (a proprie spese) cosa fossero i giochi di potere nella F.1, ambiente nel quale aveva pochi amici(Gherard Berger, il medico Sid Watkins e il team manager Ron Dennis) e che certo non gli si confaceva.
Proprio non digeriva, il tre volte campione del Mondo, la politica nello sport e lo sport della politica (“La Formula uno è politica e denaro.Quando non sei ancora importante devi affrontare questo tipo di cose”).
Non esiste un grande campione senza una grande rivalità.
Il suo rapporto Alain Prost era farcito di acredine, di incompatibilità, di rispetto sportivo (poi svanito anche quello), di risentimento e di odio.
Ma di Alain il campione brasiliano aveva bisogno.
Anche se un giorno, alla domanda su chi fosse stato il suo più grande rivale – da refrattario alla banalità quale era – Senna se ne uscì col nome del semisconosciuto Terry Fullerton, suo compagno di squadra ai tempi del kart prima di passare in F1.
Motivò la risposta affermando che quelle sfide erano pura guida, pura competizione, puro divertimento.
Che fosse anche un affronto a Prost, invece, non c’era bisogno che lo dicesse.
Ayrton era dipendente dalla sfida, viveva per vincere ma la semplice vittoria non gli bastava, voleva di più.
Ad una dolcezza da tutti riconosciuta affiancava una cattiveria agonistica spietata (“A volte le gare finiscono subito dopo il via e a volte a sei giri dalla fine…”).
Era sfacciatamente cinico (spesso il suo obiettivo era umiliare Prost), permaloso – credeva fortemente in quello che faceva – ma nelle sue vendette c’era un senso di giustizia per un torto subito.
Un animale da pista che però nel bel mezzo di un giro in qualifica (la sua specialità) seppe fermarsi, scendere dalla vettura e soccorrere il pilota Erik Comas (vittima di un pauroso incidente) salvandogli la vita.
E rischiando la propria.
La personalità del pilota brasiliano è un esempio didascalico dello scontro apollineo-dionisiaco narrato da Nietzsche.

Aveva un rapporto di profondo amore con la propria terra, che ripagava con l’orgoglio di rappresentarla da numero uno.
Il Brasile, paese dalle mille sfaccettature che più contraddizione non si può.
Si sentiva, Senna, in dovere di fare qualcosa per la sua nazione, per i poveri, per i bambini soprattutto, ma senza quell’ostentazione che rende quei poveri – offendendoli – ancora più poveri (“Non potrai mai cambiare il mondo da solo. Però puoi dare il tuo contributo per cambiarne un pezzetto. Quello che faccio davvero io per la povertà non lo dirò mai. La F1 è ben misera cosa in confronto a questa tragedia”).
Sapeva benissimo di essere il pilota più bravo ed assurgere ulteriormente quando già l’acme pareva raggiunto lo rendeva vivo.
Anche l’uomo-Ayrton era al centro dei suoi pensieri, non poteva esserci l’uno (l’uomo appunto) senza l’altro (il campione).
Legatissimo alla propria famiglia, non rinunciava alla bramosia, aveva una proprietà di linguaggio e una comunicativa mai visti prima in un pilota che strizzavano l’occhio alla filosofia.
Estoril ’85 (la prima vittoria), Suzuka ’88 (dal 14° al 1° posto che valse il primo iride) e Interlagos ’91 (prima vittoria in casa, le urla nel casco scolpite nella memoria e la Coppa alzata a fatica) sono esempi di misticismo nei quali dichiarò di aver avvertito la presenza di Dio.
Non occorre essere un seguace della fisiognomica (presente!) per intuire la personalità di Ayrton da due particolari del suo viso: il sorriso (dolce, quasi imbarazzato, che esplodeva di rado come per preservare una cosa preziosa) e gli occhi (caldi,profondi, ipnotici).
In apparenza tristi, forse per chi associa il pensare alla malinconia.
Felicità e pensiero possono convivere serenamente senza fare a cazzotti.
(“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere.Sognare è necessario,anche se nel sogno va intravista la realtà.Per me è uno dei principi di vita”).
A chi lo dipingeva come un folle kamikaze che in nome di Dio si sentiva immortale lui rispondeva che pensava anche alla morte, ma sognava la vita.
Si è sempre battuto strenuamente per migliorare la sicurezza dei piloti, consapevole che in un secondo ti può cambiar la vita (e così sarà).
Era animato da una profonda fede, ma lo potremmo definire più spirituale che religioso, anche nelle pieghe ad libidum (“Se nel ’94 avrò la macchina migliore è anche un diritto che mi sono conquistato”).

Una citazione che suona oggi quanto mai tetra.
Perché si deve per forza tornare alle immagini di quel maledetto fine settimana, toccanti ogni volta che le si riguarda.
Anzi peggio, strazianti proprio perché si conosce l’epilogo.
Mai visto Senna così turbato come ad Imola, in un Gran Premio dai tanti segnali (incidenti a ripetizione, Ratzenberger morto il sabato) e coincidenze (Ayrton che per la prima volta al via è nell’abitacolo senza il casco infilato), con la stessa dinamica dell’incidente che sembra avvalorare la tesi del disegno ultraterreno (a seconda in cosa ognuno creda).
Qualcuno – ricostruendo gli ultimi giorni della sua vita – assicura che Ayrton sapesse di andare incontro alla morte e quindi – per un credente come lui – incontro a Dio.
Senna rientra in quel novero di personaggi che parevano aver scritto – da soli o dietro l’influsso di qualcuno – il copione della propria vita, inserendo volutamente delle difficoltà per recitare meglio la propria parte, elevarsi e distinguersi dagli altri.
E’ morto giovane, in gara, dove era primo, ovvero il destino – fortemente cercato – della sua vita.
Era già mito e leggenda, è andato oltre tutto ciò.
Ci sarebbe andato comunque.

Articoli della rubrica Semplicemente Ayrton:

https://shiatsu77.me/category/semplicemente-ayrton-rubrica/

 

Figli di troika

7 Ago

Per ovviare alla cronica incapacità dell’Italia a governarsi decentemente in tanti accolgono con favore, anzi caldeggiano, ipotesi di commissariamento esterno.
La prima parte è inconfutabile.
Siamo il Paese dell’illegalità endemica dove chi è responsabile dei disastri si autoproclama a nuovo salvatore della Patria per risolverli.
Ce ne sarebbe abbastanza per una tragedia in piena regola, ma la gente (mai abbastanza pudica) riesce a ri-votarli pure ed ecco che finisce in farsa.
La seconda invece si può incasellare tra i sofismi ed i paralogismi.
O uno è compiacente e si confà al disegno criminale sottostante o è come minimo disinformato (le due categorie possono anche coincidere).
Ce ne sarebbe una terza: quelli afflitti da un masochismo latente, ma le percentuali sono da prefisso telefonico.
Credere che queste entità astratte non elette da nessuno, in nome di un’altra entità astratta (il mercato), risolvano i nostri problemi riconducendoci sulla retta via, facendoci pure patire sacrifici da Moloch (“Redenzione!”) è un concetto che sconfessa definitivamente la Legge Basaglia.
“Ce lo chiede l’Europa” e “Ce lo chiedono i mercati” sono le giaculatorie del terzo millennio.

Perché se qualcuno in questi anni si fosse addormentato – o avesse letto solo i principali quotidiani nazionali, cioè la stessa cosa – è meglio fare un riassuntino: è in corso lo svilimento dell’essere umano dinanzi al soldo, un processo di mondializzazione che passa attraverso l’omologazione dell’intero genere umano con relativa cancellazione dei propri valori, tradizioni, abitudini e stili di vita.
In una parola, della storia.
L’identità di ognuno (con appresso i diritti inalienabili) è diluita, anzi sciolta, nel calderone del bieco liberismo tecnocratico.
E il consumismo diventa uno dei precetti di questa nuova ed ecumenica religione monoteista (Deus Pecunia).
Da anni Massimo Fini sostiene che “Non si produce per consumare, si consuma per produrre”.
Hanno infestato pure la semantica per raggiungere il loro scopo: termini rassicuranti, suadenti, pregni di positività in aggiunta ai soliti vocaboli inglesi.
Si scrive riforme, flessibilità e spending review ma si legge tagli, annullamento di tutele e diritti, ingiustizie e privazioni.
In questa realtà capovolta i riottosi a questo allineamento sono visti come dei gufi rosiconi, dei disfattisti, dei neo-conservatori e financo degli oscurantisti reazionari, che non hanno capito che il Mondo è cambiato, che ci sono nuove opportunità, bla, bla, bla.
Ecco, molto prosaicamente e parafrasando il Renato Pozzetto de La patata bollente, se posso esprimermi con parole mie devo dire che queste nuove opportunità ci hanno proprio rotto il cazzo.
E’ l’evoluzione della strategia della tensione: allora si agitava lo spettro dello stato di emergenza, oggi quello dello spread.
In Italia non abbiamo mai avuto un bel rapporto con la sovranità, politica od economica che sia.
Capita con chi si conosce solo di vista.
Moriremo democristiani e di vincolo esterno.
A livello europeo, occorre dirlo, un abbozzo di difesa a questo abominio (almeno a parole) giunge più dalle formazioni della destra sociale che da quelle della sinistra radicale, ovvero di ciò che è rimasto della sinistra.
Quei temi però, in mano a certe forze politiche con una certa storia alle spalle, rischiano di diventare clavi per l’antico vizietto all’autoritarismo.
Il rigetto del liberismo 2.0 e la difesa incondizionata alla propria sovranità dovrebbero essere i capisaldi ed i mantra di qualsiasi forza politica che si definisca popolare, cioè vicina al popolo.
Per vederle invece accostate a forze socialiste bisogna andare solo in Sud America, al che i dubbi se ancora valga la pena farsi stereotipare in destra e sinistra aumentano.

E’ vero che la storia è sempre stata fatta dalle élite e mai dal popolo, ma quest’ultimo sembra che faccia di tutto per giocare un ruolo marginale – se non passivo – nelle partite che lo riguardano.
Diventando correo del proprio omicidio.

Riservata personale

18 Lug

La riservatezza rientra fra quei concetti ai quali non si può applicare un sistema metrico.
I personaggi che scopriremo tra poco però vanno ben oltre il revisionismo.

Bulli & balle
Danno il meglio di sé nei luoghi pubblici: a bordo di una piscina, davanti ad un tapis roulant in palestra (che frequentano esclusivamente per sganassare) o appoggiati al bancone di un bar (che frequentano anche per sganassare).
Sono dei succedanei di Artur Fonzarelli, delle versioni sbiadite di personaggi caricaturali come Oscar Pettinari, il Verdone di Troppo Forte.
L’archetipo di questi bulletti del Terzo millennio è un quarantenne/cinquantenne perennemente affascinato da se stesso.
Esigono pubblico, in cambio raccontano vita, morte, miracoli, cose vere (e false) di se stessi e di chi gli sta (sventuratamente) accanto: le proprie malattie veneree, le loro traversie matrimoniali (ovviamente sparando merda sulla moglie), la durata (al centesimo di secondo) del loro ultimo rapporto sessuale, i problemi dei figli (vorrei anche vedere), le loro pendenze giudiziarie, i loro progetti imprenditoriali assolutamente irrealizzabili, le loro scopate gratis assolutamente irrealizzabili e le loro scopate a pagamento (che realizzano di frequente).
Nei loro racconti spesso il convitato di pietra è un ignara partner (magari alle prime uscite) di cui tre quarti della città conosce ormai anche le pieghe della pelle (e non solo).
Se le persone normali proteggono i propri cari, loro li proiettano vivisezionati in pasto ad un pubblico ululante.
La mia nonna paterna, che purtroppo non ho mai conosciuto, soleva dire che “Certuni fanno ridere di fuori e piangere in casa”.

Che pezza!
Forse queste poche righe non saranno sufficienti a preservarvi dalla loro molestia, ma è un tentativo che dobbiamo fare.
Non chiedetegli mai “Come stai?”, finireste nelle loro fauci tout court.
Anche perché da un innocente quanto banale “Hai sentito che caldo oggi…” questi pezz-man hanno la capacità non comune di partire ad enunciarvi le loro peripezie.
Ed in questo processo morboso vogliono evangelizzare tutti per farli partecipare alle loro sfighe.
Effettivamente gliene capitano di tutti i colori: vi racconteranno dei malanni (con annessi ricoveri, esami, interventi sbagliati, medicine e convalescenza) dei parenti fino al quarto grado, delle angherie subite negli uffici pubblici e della nuova causa civile col vicino.
Perché loro sono sempre in causa con qualcuno.
Pezza multitasking: questo particolare della loro scheda tecnica – apparentemente insignificante – è in realtà il tratto distintivo che li fa assurgere a fuoriclasse della categoria.
Il loro microchip può gestire una quantità di argomenti che tende a + infinito.
Anzi, spesso per ipnotizzare la vittima volutamente iniziano – senza terminarli – una mezza dozzina di concetti e postulati.
Stranamente con dei genitori così il figlio ha una vita sociale paragonabile a quella di un Murray Bozinsky (però in versione autistica).
Se dalle loro labbra sentite enunciare un “Ti racconto questa poi vado…” sappiate che siete solo all’inizio dei gironi danteschi dell’Inferno.
Non soddisfatti delle loro geremiadi amano suggellare la loro performance con una pignatta di cazzi degli altri.

Speteguless
Avere un amico (ma molto più spesso un’amica) così rientra fra gli anatemi.
Sono dei recipienti coi buchi di confidenze, mossi da evidenti pulsioni freudiane.
Impossibile non pensare a Maledette malelingue di Ivan Graziani.
Se la notizia non va da loro, loro vanno dalla notizia in un’ossessiva corsa ai cazzi degli altri.
Non esiste una situazione propedeutica a stimolare la loro voglia di critica livida e feroce: facendo loro il motto “Ogni notizia (e relativa spettegolata) lasciata è persa”, sono perennemente con le orecchie dritte e la lingua biforcuta pronta a spruzzare il suo veleno fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi (cit.).
Confidarsi con loro garantisce la stessa riservatezza di una notizia annunciata al telegiornale.
Quando iniziano a sparlare entrano in una trance agonistica: tale è la libido, tanto il livore emanato, che il loro dirimpettaio potrebbe essere tranquillamente il fratello della vittima senza che loro fermino la loro furia.
E’ uno sporco lavoro e loro sono ben contenti di farlo.
Anzi, trasformare una passione in un’attività è un traguardo tanto ambizioso quanto stimolante.
Denigrare in gruppo (magari con le loro simili) è una fantasia neanche tanto proibita: nella fattispecie il viso diventa rutilante, gli occhi brillano di una luce propria, gli acidi commenti ed il sistema endocrino si alimentano reciprocamente.
Provate voi a fare un commento su di loro, e vedrete…

Confessioni di quarto grado
Tra un approccio cattolico ed uno protestante al tema della confessione le signore di questa categoria (sì, sono quasi tutte donne) hanno scelto una terza strada.
E soprattutto un confessore “anomalo”: un commesso, un impiegato postale, un infermiere.
Cercano subito feeling: già al primo incontro sciorinano il calendario degli ultimi 24 mesi sul loro ciclo mestruale con annesso un flussometro ad istogrammi.
Raccontano – a quello che a tutti gli effetti è un perfetto estraneo – questioni di cui non parlano nemmeno col marito o con una sorella (ma forse perché non vengono più ascoltate).
“Sai, col rapporto che c’è tra di noi…” è un mantra usato capziosamente per soverchiare le delicate regole delle relazioni interpersonali.
Nessuno – per pudore ma soprattutto per obblighi professionali – che le dica “Perché,che rapporto c’è tra di noi?”
Vogliono far credere che l’involontario depositario dei loro segreti sia unico: un predestinato a cui il Signore ha riservato l’onore di ascoltare la pettegola smarrita.
Non è vero: il fruttivendolo del negozio di fronte conosce altrettante vicende, se non di più (alcune verdure, con quelle forme un po’ così, solleticano racconti bollenti).

Basta attendere

16 Lug

Quando lo sguardo si volta ad analizzare la fenomenologia di una dittatura o di un regime diversamente democratico, ci si chiede, ex post, come sia stato possibile permetterne la nascita e non impedire alle prime fiamme di diventare incendio.
Quando lo si vive invece – un momento storico del genere – almeno inizialmente le nostre percezioni spesso sono come rallentate, intorpidite, anestetizzate.
Non so se la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa (cit.), certo è che il genere umano pare afflitto da un’evidente coazione a ripetere.
Gli italiani sentono il bisogno di emergere ed aggiungono una memoria storica paragonabile a quella del Commodore 64 nell’era di internet.

Durante il ventennio che si è appena concluso ognuno di noi ha immaginato e scritto la propria sceneggiatura-onirica del finale.
Ma nemmeno la più fervida immaginazione poteva arrivare a tanto.
Gli anni della Seconda Repubblica non erano semplicemente la svolta verso un regime, erano anche anni propedeutici.
Le riforme (un’entità astratta, forse miracolosa, ma che noi italiani abbiamo visto finora nella copia peggiore), dicevamo le riforme che non erano riuscite prima (l’abolizione dell’articolo 18, una giustizia più prona all’Esecutivo, una forma di Governo più autoritaria e servizi sociali sempre più carenti) si realizzeranno ora.
Prima queste proposte erano inquadrabili come deriva totalitaria, ora sembrano il naturale programma di una forza socialdemocratica che se le racconta ad una festa di partito fra lambrusco e gnocco fritto.
Se prima l’emanazione di una certa sinistra almeno si indignava (più nelle parole che nei fatti), ora gli stessi progetti li avvalla perinde ac cadaver con tanto di levata di scudi con chi osa dissentire (i soliti gufirosiconidisfattisti).
E i mezzi d’informazione non perdono l’atavico vizio (uno dei retaggi del fascismo) di lisciare il pelo al potente di turno.
E’ proprio vero quello che diceva un vecchio spot:con la dolcezza si ottiene tutto.
Oggi al MinCulPop bastano le slides, qualche Twit/Hashtag e le immancabili supercazzole (anche in inglese) per dissimulare le reali intenzioni ed edulcorare pillole decisamente amare e/o sgradevoli (dipende da dove sono ingerite).
Stiamo vivendo il classico caso in cui il metadone produrrà effetti più devastanti della droga assunta prima, di cui almeno si conoscevano gli effetti perniciosi.
Se dovessimo scielgliere una colonna sonora per la neonata Terza Repubblica potremmo mettere nel Juke Box (pardon, nell’em iPod) due canzoni di Giorgio Gaber: Il potere dei più buoni e Il Conformista, ritratti antropologici degli italiani.
Che si fanno ammaliare dall’arroganza travestita da decisionismo, dall’improvvisare confuso col fare, dall’illusione scambiata per rassicurazione.
Si accontentano del vanesio anziché esigere serietà e competenza.

Ci hanno insegnato, giustamente, a non dire le bugie.
Salvo rare eccezioni, avrebbero dovuto allenarci anche a riconoscerle.
Ci sono stati (e ci sono) tanti politici che a forza di raccontare balle e combinare altrettante malefatte ne hanno fatto il loro stilema, con il popolo bue a bere e digerire di tutto.
Mentre per decretare la fine politica di Antonio Di Pietro (non è immune da colpe, ma almeno aveva provato a portare la parola legalità in politica, difatti era isolato) è bastato un servizio televisivo (in parte smentito).
Gli esseri trinariciuti citati dal Guareschi nel primo dopoguerra si sono riprodotti in grande quantità.
In Italia, più che i sogni, ad avverarsi sembrano il Piano di Rinascita Democratica ed il papello di Riina.
Le promesse e gli slogan sembrano un pozzo senza fine da cui attingere per continuare a muovere le marionette-elettori.
Siccome non si interrompe un’emozione è bene che l’italiano continui ad inseguire le chimere della ripresa e della crescita.
Non diciamogli nemmeno che siamo da tempo in una ineluttabile fase di oblio che ci farà addirittura rimpiangere, fra qualche anno, i pur disastrati giorni nostri.

Asserivano i vecchi d’una volta (in dialetto)”Tùc i temp i venne basta star
(Sottotitoli della pag. 777 di Televideo: “Tutti i tempi vengono basta aspettare”).
Avevano ragione.

Nazionale?No, grazie.

30 Giu

Anche a questi Mondiali – esattamente come agli Europei di due anni fa – non ho tifato per l’Italia.
Perché è una Nazionale che non mi rappresenta, lo specchio di una Nazione che non mi rappresenta.
È la Nazionale che alla vigilia di Euro 2012 spedisce a casa l’indagato Criscito ma tiene l’indagato Bonucci.
È la Nazionale di Buffon (il capitano) che – sempre nello stesso periodo – lancia i propri strali contro le perquisizioni legate al calcio-scommesse (da noi i cattivi sono quelli che scoprono i reati, non quelli che li commettono).
È (era) la Nazionale di Don Cesare Prandelli, un ambasciatore della retorica idolatrato e beatificato (perlomeno fino ai Mondiali) ad ogni piè sospinto.
Prima il sermone, poi i peana in un intricato gioco di causa-effetto.
Per l’ideatore del codice etico (applicato molto eticamente:tu sì, tu no) mancava solo il Santo subito per coronare l’agiografia.
È la Nazionale di Cassano, la cui indisponenza didascalica riesce ad avere la meglio su un talento ormai impigrito pure lui.
Rovina il gruppo, non incide, non s’impegna, la sua avventura in azzurro è finita: già sentite queste frasi?
È la Nazionale di Balotelli, tratteggiato da sempre come un predestinato, che anziché calare gli assi colleziona bluff.
È un campione perennemente ipotetico che – nel Paese che ha discusso Rivera, Mazzola, Baggio e Totti – gode di un credito spropositato che lui sperpera con sufficienza.
Per capire cosa spinga tanti ragazzini ad elevarlo a propria icona non credo sia sufficiente leggere Critica alla ragion pura di Kant.
Gode di una popolarità inversamente proporzionale a quanto dimostrato finora: la cresta come metro di giudizio.
In Balotelli poi c’è una sorta di razzismo al contrario.
Al netto dei soliti idioti, quando viene subissato di buuu il colore della sua pelle c’entra poco o nulla.
Il suo atteggiamento – che trasformerebbe Gandhi in un Ispettore Callaghan – invece parecchio.
Balotelli è, suo malgrado, un fotogramma del film “Qui Italia, a voi resto del Mondo”, riproposto all’inverosimile, dalla trama risibile ma che il pubblico mostra ancora di gradire.
La sceneggiatura (per sommi capi): c’è da risollevare il nostro Stato, un modesto personaggio viene insignito del ruolo di salvatore, lui ha capito gli errori del passato, non può più fallire, è l’ultima chance anche perché dopo di lui il diluvio, la rinascita parte da qui, bla bla bla.

Più che una squadra, la compagine italiana, sembra il regno dell’ ipocrisia, il trionfo dell’autoreferenzialita’ e della cooptazione.
Ai risultati (modesti) risponde coi proclami.
Se in alcuni Stati le Nazionali fungono da oppio per il popolo, da noi la selezione azzurra è uno spot di un prodotto (il Paese, appunto) che non esiste: coeso, efficiente, capace, meritocratico.
E’ il vessillo di un’immagine artefatta (da altri, è vero) nella quale però gli addetti ai lavori si sono calati nella parte da attori consumati.
Cambiano i tempi e di conseguenza i protagonisti.
Se la Nazionale potesse voltarsi all’indietro tingerebbe le maglie di amarezza e malinconia.
Pensando al vocione crea-tormentoni di Bruno Pizzul, a suo modo nazionalpopolare (e quanto mai rimpianto).
Ascoltando oggi Beppe Dossena, a suo modo Beppe Dossena (il rimpianto è di non aver cambiato canale): uno che sputa sentenze ma che da allenatore non ha vinto nemmeno un torneo di Subbuteo giocando da solo.
Oppure socchiudendo gli occhi per far volare la mente ed il cuore a Roberto Baggio, uno che incarnava la maglia azzurra, anzi ne era la quintessenza.
Tra i vari doni che la Natura gli ha riservato (salvo farglieli pagare caro col dolore degli infortuni) c’era la capacità ecumenica e taumaturgica di unire tutte le tifoserie d’Italia.
Nel suo corpo brevilineo l’uomo riusciva a tenere testa al fuoriclasse.

Quando si vince tutti sono simpatici (Lippi e Capello potrebbero non essere d’accordo).
Nelle sconfitte è più difficile indossare una maschera.
Ecco a voi l’arbitro brutto e nero, il caldo (difatti il Costarica e l’Uruguay quando ci hanno battuto hanno giocato 6 ore dopo di noi: la nuova frontiera della differita), il vento che insolente non aveva avvertito Caressa della sua direzione.
Mancava solo che qualcuno dicesse “Il Brazuca è nostro e voi non giocate più”.
L’Italia ha scelto come pagliuzza il morso di Suarez.
Ma forse per mandare in crisi questa squadra sarebbe bastata una pernacchia.

Condominio Italia

11 Giu

In una qualsiasi città d’Italia gli abitanti di un appartamento esternano tutto il loro malcontento per la gestione – ormai ultra-decennale – di un navigato amministratore condominiale.
Pressapochismo, problemi rimandati, scuse seriali, disservizi, spese lievitate inspiegabilmente, l’inefficienza entrata nel regolamento condominiale, estratti conti perennemente in affanno, la sensazione diffusa di vantaggi personali nella gestione di una cosa pubblica, la consapevolezza di essere manovrati da poteri infinitamente più forti.
Ecco per sommi capi cosa pensano gli inquilini della gestione del loro amministratore.
Peccato che la tanto agognata assemblea da possibile tappa rivoluzionaria si trasformi in un trionfo per il restauratore che da anni ha soverchiato la volontà popolar-condominiale.
Entrati da incendiari, i poveretti sono stati disinnescati dallo scafato mammasantissima delle palazzine e sono usciti mansueti come degli agnellini.
Un po’ male minore, un po’ unica soluzione, un po’ obtorto collo: semplice la ricetta dell’imbonitore et voilà, l’iconografia anche stavolta (l’ennesima) è stata ripulita e la poltrona mantenuta.

Sostituite agli inquilini gli elettori ed al manigoldo-amministratore i nostri politici e scoprirete che il risultato non cambia.
La situazione che stiamo vivendo non si è certo creata da sola, legittimare ancora quelle persone, quegli apparati (e quei poteri che rappresentano) sperando che risolvano i problemi che proprio loro hanno creato (con colpa o con dolo, scegliete voi) è un esercizio di puro masochismo.
Esistono delle perversioni decisamente più divertenti.
L’assenza di alternative (saper fare una buona opposizione non è sinonimo di saper anche governare) è solo una scusa che in mano alla vecchia partitocrazia diventa un mantra soporifero da spruzzare.
Basterebbe evitare di rieleggere questi professionisti del declino e le loro versioni edulcorate 2.0 (ovvero il simulacro del rinnovamento).
Non è difficile.
Gli italiani hanno uno strano rapporto col cambiamento, quasi avessero una margherita da sfogliare: o quello sbagliato o quello gattopardesco.
Prima scelgono il partito per cui votare poi – in funzione di esso – (s)ragionano di conseguenza.
L’onestà intellettuale ed il buonsenso chiederebbero il contrario.
E’ più faticoso informarsi e ragionare con la propria testa che tenere il loro atavico approccio dogmatico.
Ma qualche danno, forse, verrebbe evitato.

Indro Montanelli affermava che “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire”.
Un Marco Travaglio decisamente icastico ha aggiunto qualche anno più tardi “Quando uno si informa è molto più difficile prenderlo per il culo”.

Dalle panchine all’altare

16 Mag

Dopo innumerevoli tentativi anche la Giulia, pare, riuscirà a convogliare a nozze.
Le speranze si erano ridotte al lumicino quando anche l’ultima sua preda (un sessantaseienne uxoricida di Latina con la passione per l’uncinetto e per gli orologi-omaggio del Dixan) era riuscito a divincolarsi con l’incontrovertibile scusa di essere stato ingaggiato a tempo pieno nel cast della Pimpa.
Un affronto immeritato per una musa ispiratrice di svariati artisti:i Pooh scrissero per lei -ben prima che nascesse- la struggente “Piccola mula“, poi rivista in un più commerciale “Piccola Katy“, mentre Ligabue compose “Piccola mula senza stalla“, che verrà modificata (e mortificata) dai discografici come ben sappiamo.
Passando alla letteratura, tutti conosciamo il celebre romanzo “Il nome della mula“.

Ecco allora che il destino (ho detto il destino, non l’intestino) le ha fatto incontrare Omar il Fichissimo, il 4° ragazzo più bello di Ramiseto (ma in molti si erano ritirati), noto anche come il Mago (S)Omar: un tipo tosto e deciso.
Ancora lo devono informare del matrimonio.
Neanche quando la sua badante (gentilissima, tra l’altro) lo ha accompagnato ad acquistare il vestito e ad ordinare confetti e bomboniere ha ventilato il benché minimo sospetto.
Il suo cane da caccia invece qualcosa aveva fiutato.
Per non fargli prendere impegni il giorno del (suo) nozze, alla Giulietta è bastato annunciare al Romeo de noantri che Putin verrà a Ramiseto proprio in quella data con il suo mezzo di rappresentanza (un carro armato T-90) per guadare l’Enza offrendo sambuca a tutto l’alto crinale.

Sui testimoni vige il massimo riserbo.
E’ trapelato solo un nome, riconducibile allo sposo (notizia mai smentita dai diretti interessati): quello di “Hacksaw” Jim Duggan, il celebre wrestler-boscaiolo in auge negli anni Ottanta.
I soliti bene informati dicono però di vedere spesso nella residenza ramisetana dei futuri sposi (ebbene sì, convivono, non diciamolo a Giovanardi) scendere da un mastodontico Suv maculato un tipo biondiccio, vestito in maniera imbarazzante (un misto tra un dadaismo 2.0 e l’anteprima di una società post-atomica) che biascica un idioma non identificato da nessun dizionario e/o traduttore.

Solitamente il vestito della sposa è una cerimonia nella cerimonia.
Quello della Giulia (le fonti sono tombali) dicono sia lo spot per il nuovo programma Ma come ti sposi?: più che un abito, un accessorio per uno scherzo agli invitati (il sogno proibito di tutti gli sposi).
Anche la scelta del ristorante non è stata una passeggiata.
Erano rimasti in lizza la mensa del Fatebenefratelli di Milano (scartato per il numero di invitati, è richiesto un minimo di 3.200 persone) e una partita avariata (dal 2005) di Quattro Salti in Padella.
Solo l’intervento risoluto di #bepperosa ha scongiurato un pranzo al sacco con tovaglia biancorossa, panini e formiche (ci sono sempre, le formiche, nei picnic).

Per allietare la festa sarà trasmessa la docu-fiction “La cagna è la migliore amica dell’uomo” e ricavata una stanza dove si potranno effettuare scambi di coppia (ma anche di animali e di fili interdentali), bondage con suore orsoline, partite a Risiko e/o Subbuteo completamente nudi ed esperimenti nucleari col riso basmati.
Per l’occasione Studio Aperto comunicherà una notizia.
Per due persone la cui colonna sonora è “In vacanza da una vita” la meta della luna di miele rimbalza fra il superfluo ed il disinteressato.
La scelta è caduta su un trittico da paura: il giro della Pietra in bici, una vasca in auto al Direzionale col braccio fuori dal finestrino e – come suggello finale – una romantica crociera sul Dolo.

Durante la cerimonia e nel successivo rinfresco sarà severamente vietato:
– toccare il culo alla sposa (la sorella invece si è dichiarata disponibile);
– mimare le virgolette con le dita;
– effettuare esercitazioni di caccia al cinghiale (per gli amici dello sposo);
– uscire dal nozze con un tasso alcolico più basso di 2,73 g/l (per tutti);
– canticchiare od anche solo intonare brani di Gigi D’Alessio;
– presentarsi con l’unghia del mignolo lunga e con la ricrescita;
– rimettere su la porta (questa la capiranno in sette);
– schiacciare i brufoli ai partner;
– sbagliare l’uso del congiuntivo (non saranno ammessi errori nemmeno da ubriachi).

Le variabili: l’amicizia ed un evento (molto) importante.
Lo svolgimento, che coincide col risultato: fotogrammi di una vita che scorrono davanti agli occhi, aneddoti indelebili, cerchi che si chiudono, (nuove) strade che ne aprono altri, tourbillon di ricordi proiettati al futuro.
Gli auguri si fanno anche così, fra noi refrattari alla banalità.

Ok, l’età è giusta!

24 Mar

La Terza Repubblica è nata sotto l’effigie della rottamazione, del ricambio generazionale in senso lato: aut aut – ai quali è oggettivamente difficile rimanere indifferenti –  per solleticare ancora gli esangui italiani.
Così è (se vi pare): non si rimborsano i biglietti.
Che siano i prodromi di un cambiamento autentico, fasullo o gattopardesco lo sapremo presto.
A vedere come sono sciorinate queste taumaturgiche riforme – alla stregua dei punti per il mitico concorso Vinci Campione della Ferrero, oggi la maglia della Nazionale, da domani pensiamo alla tuta – verrebbe da scommettere sulle ultime due ipotesi.

Allarghiamo la visuale ai concetti di età, giovinezza e quindi anche vecchiaia.
Quando si comincia ad invecchiare?
Una delle definizioni più beffarde ci suggerisce quando il tuo idolo sportivo o musicale è più giovane di te.
(Lo so, state tutti abbozzando qualche conteggio…).
Parimenti, quando ci si può ritenere ancora giovani?
Fintanto che un progetto, un obiettivo od una priorità ci stimolano la mente e/o il fisico.

Nel complicato intreccio fra la vita, le sue emanazioni e l’età non esiste, come per le opere d’arte, il recul (ovvero la corretta distanza per osservare un quadro).
Si cambiano continuamente l’angolo della visuale, le percezioni e financo i giudizi universali.
Se non esiste quindi una prospettiva giusta, c’è sicuramente quella sbagliata.
E l’Oscar per la migliore interpretazione spetta a questi paradossi temporali viventi (perennemente anacronistici): nonne al silicone, giovani-vecchi, donne-bambine, eterni Peter Pan, ex sfigati in gioventù (ma neanche tanto ex) in cerca di rivincite e quindi vendette.
Fanno più danni loro di Mexes al centro di una difesa.

In gioventù si giudicano le persone coi parametri sportivi: giovani fino ai 25, ai 30 si raggiunge la maturità e in un attimo il declino, ai 40 ecco l’oblio ed i vecchi sono quelli da 50 anni in su.
Curioso poi come le quarantenni di qualche decennio fa sembrino le mamme di tante Milf di oggi.
Sfido chiunque a conciare il proprio bimbo come in quella foto che ci ritrae al parco.
Oltre alle scodelle sembra che anche certe espressioni siano rimaste in quelle frazioni spaziotemporali.
Per i virtuosi della basetta (mi avete beccato…) i calciatori degli anni ’70 rimangono delle chimere irraggiungibili, nemmeno con la clonazione o con colture intensive del proprio manto barboso.

La società di oggi non tollera i vecchi – i vecchi non devono essere vecchi – e sussiegosa ed ipocrita com’è, gli ha risparmiato l’onta di quel termine, vecchio appunto, sostituito con un più elegante anziano.
I vecchi non possono invecchiare, sono tanto emarginati – e qui è il paradosso – quanto indispensabili.
Nel patto fra generazioni si sono invertiti i firmatari senza che nessuno lo autenticasse.
Eppure c’è tanto bisogno dei loro racconti per troppi bambini cresciuti più a touch screen che a favole & latte.
Sul tema, una gag che unisce tenerezza e divertimento.
Bar di una paese, età media sull’ottantina, scambi di battute che sembrano sentenze, prende la parola un inconsapevole filosofo “…Perchè i vec d’una volta ierne furb…”

Se è vero che il baronismo è uno dei mali che affligge l’Italia (non il solo e nemmeno il peggiore) è da sfatare anche l’assioma giovane uguale migliore.
L’antipasto lo abbiamo visto servire nel Sessantotto , quando i figli di papà di cui parlava Pasolini puntavano già a dirigere un giornale piuttosto che fare la rivoluzione (Massimo Fini docet).
Certi anziani, vecchi o maturi che dir si voglia sono molto più consistenti di certi giovincelli della nostra generazione (https://shiatsu77.wordpress.com/2014/01/03/i-nostri-primi-quarantanni-o-giu-di-li/).
Normale perciò essere attratti e cercare stimoli più da inni di altre generazioni – penso a Gaber con La mia generazione ha perso, a Come Savonarola di Eugenio Finardi, a un’eterna Nun te reggae più di Rino Gaetano o alle tante poesie di Battiato e Renato Zero, e ne mancano parecchie – piuttosto che dalle melliflue banalità in salsa buonista di Jovanotti e simulacri simili.

I rimpianti ed i rimorsi sono dei compagni di viaggio che possono diventare molto rumorosi.
Per evitare ciò – piuttosto che guardare al passato – sarebbe meglio pensare a cosa fare per non averne in futuro.
Facile a dirsi.

Quelli che la minoranza

9 Mar

Riecco tornare alla ribalta le gesta dei cinque moschettieri (Karl Aurel Kohrsin, Nelson Bolognera, Patrick Marone, Ramuo Gopizzi ed il sottoscritto) che avevamo lasciato nel viaggio di ritorno di un’insolita Fiera di San Michele (vedi anche https://shiatsu77.wordpress.com/2013/10/05/quelli-che-fanno-i-pranzi/).
Con i tortelli di Pineto a placare degli appetiti che la medicina moderna fatica a comprendere, fra una cazzata e una bottiglia,una bottiglia e una cazzata i nostri ad un tratto si sono cimentati a esegeti di una delle più belle canzoni dei Litfiba, A denti stretti (ieri c’erano i Litfiba, oggi abbiamo i Negramaro, va beh…), uno di quei pezzi che produce libido ad essere ascoltato ad un volume raccomandato dall’Associazione Tamarri d’Italia.

Al dibattito avrebbe dovuto partecipare (in streaming) anche la Sara della Valsabbia (un’assidua ascoltatrice di Radio Studio +, nda) ma la notizia che la canzone avesse un testo (per di più in italiano) e la sua frequenza metronomica fosse inferiore ai 200 battiti al minuto han fatto desistere l’adepta dell’Unz-Unz-Unz.
Un vero peccato.
Nelson Bolognera (conosciuto in Rete anche con lo pseudonimo Noè Mascarpone) è un fine intenditore di musica (ma non diteglielo, dopo si monta la testa e crede di essere la versione emiliano-genovese di Bruce Springsteen), nonostante in un periodo plumbeo della propria esistenza sia stato il paroliere segreto dei Jalisse.
Scheletri nell’armadio a parte, per Bolognera la canzone parla della decisione di un uomo di confessare il proprio amore ad una donna (la Dea nera) e soprattutto della scelta (complicata e sofferta come spesso capita agli uomini quando devono passare dall’ “io” al “noi”) di compiere un passo importante assieme a lei (“Sto correndo a denti stretti verso il sole e ho distrutto la mia gabbia per portarti il cuore”, “Dea nera non resisto più, Dea nera non resisto più”, ancora “Dammi un segnale, e volo da te… uomini stanchi di crescere”).
Chi scrive allarga invece la figura della Dea nera ad una sorta di spirito-guida, per non far perdere (anzi riaccendere) la speranza a persone vessate e disilluse (“…non avrò paura di credere…”), quasi un’ultima spiaggia per farli ancora pulsare per un ideale, determinati (“A denti stretti…”) a combattere per un obiettivo (“Sto viaggiando a pieni giri contro il sole in un giorno che ogni cosa ci ha trasfigurato le mie ali sono ruote e il mio motore graffia e supera incrocio con il mio passato”, “Dammi forza di non perdere la strada che finirà io lo so, dentro i tuoi capelli, dea nera non resisto più, dea nera non resisto più, e prendo le ali e volo con te, non avrò paura di credere, soli rinchiusi dentro di se, uomini stanchi di crescere”).
Poco importa di sapere quale sia il vero significato della canzone, più divertente (e stimolante) è stato cercare di interpretarla.
Poi Bolognera – fra una Domanda Inopportuna ed un’altra – lo potrebbe chiedere a chi l’ha scritta, ovvero Piero Pelù.

Guardandoci intorno, ma anche avanti e indietro (insomma da tutti i cantoni), abbiamo preso consapevolezza che noi saremo sempre in minoranza (mangiare e bere bene ci ha aiutato a digerirlo meglio).
Situazione nella quale non stiamo affatto male, tutt’altro.
Specie quando guardiamo quelli della “maggioranza”.
Nei momenti di forte scoramento è sufficiente applicare alla lettera uno dei precetti del nonno di Gopizzi – il Sig. Pietro – esclamando cioè con aria di compatimento un suo tipico accostamento (chiamiamolo così), ovvero un’applicazione pratica del panteismo.
E’ fondamentale l’aria di compatimento.

P.s.Cos’ho contro i Negramaro?
Nulla, per quanto non mi piacciano criticarli sarebbe puerile.
Ma il loro voler essere ecumenici, il cercare di piacere alle figlie ma anche alle mamme, il voler entrare nei salotti buoni ma con ancora indosso la maglia del concerto (un colpo al cerchio ed uno all’iconografia) sta al Rock come Damon Hill ai grandi della Formula 1.
Sono (o vorrebbero essere) nazionalpopolari, ergo un simulacro di una Rock band.
Non bastano una batteria, qualche riff ed i braccialetti di pelle: il Rock deve esternare, denunciare, sfogare,  quindi anche dividere.
Per lo stesso concetto per cui un vero rivoluzionario non deve essere osannato con toni ossequiosi dal mainstream.
In caso contrario, a gh’è quel ca tocca.

Caro Babbo Natale

22 Dic

Caro Babbo Natale,

con tutte le balle che ci stanno raccontando sei rimasta la persona più credibile alla quale rivolgersi.
Credo di essermi sempre comportato correttamente (forse perché non ho mai incontrato Maurizio Gasparri) ed ho sempre scritto ciò che pensavo.
Dire la verità è ancora un valore, no?
Sì, stai tranquillo: l’Imu e la Tares le ho pagate.
Qualcuno asserisce che io sappia solo criticare, ma la questione credo vada ribaltata: al momento sono più numerose le questioni da combattere che quelle da elogiare (e quando ci sono, lo faccio ben volentieri).
Poi, ammettilo, cerco sempre la risata.
Infatti scrivo spesso del PD e dei suoi nuovi alleati.

Senza tanti indugi, ecco le mie richieste.
Non ce n’è nessuna a titolo personale, sono tutte per la collettività (mi sento molto il Segretario del Partito dell’Amore).
Cerca di far abrogare la Legge Basaglia, i manicomi vanno riaperti.
Per sveltire la pratica la persona più indicata credo sia il tuo ex compagno di classe Giorgio Napolitano.
Il numero di telefono puoi fartelo dare da Nicola Mancino.
Lo so che con Re Giorgio non corre buon sangue, ma guarda che sull’invasione dell’Ungheria ha cambiato idea.
Va bene, difende ancora Craxi, ha sollevato il conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato – Mafia, ha detto che non andrà a testimoniare a quel processo, ha fatto distruggere una sua intercettazione manco fosse un sovrano dell’ancien regime, ha spianato la strada ad un altro indulto mascherato e fra un monito e l’altro sta mostrando una demo sull’imminente presidenzialismo (esatto, proprio come nel Piano di Rinascita Democratica della P2), ma in fondo è il nostro Presidente.
Non il tuo, dici?
Beh se è per quello, neanche il mio.
Ci sarebbe anche la Cancellieri, ma tu di cognome non fai Ligresti.

Veniamo alla seconda.
E’ giusto prendersela con i politici cialtroni, i bigotti, i delinquenti, i gerarchi, i piduisti, i ladri, i satrapi, i guerrafondai, gli speculatori, gli sfruttatori, i mafiosi e i dittatori (spesso le figure coincidono).
Le colpe però andrebbero equamente distribuite con chi permette alle sfavillanti categorie di cui sopra di mantenere la loro condizione di potere.
Ovvero con il popolo.
Cerca di sostituire l’ignavia, il manifreghismo e l’ignoranza che tanti dimostrano con una corpulente dose di onestà intellettuale, orgoglio e capacità di ragionare con la propria testa.
Chiedo miracoli?
Per ultimo, ci piacerebbe tanto tornare a pagare con la vecchia Lira.
Ah, l’argomento Euro è tabù anche su da te?
Andiamo bene…

Veniamo ai buoni propositi.
Ti prometto che avrò più rispetto per gli uomini che si depilano, per i possessori dei Suv, per le ragazze che indossano gli stivali d’estate e persino per gli scooteristi.
No, per quelli che montano l’Akrapovic sul T-Max invece nessuna pietà.
Dato che tutti hanno delle qualità mi sforzerò di cercare quelle di Mario Balotelli, pur sapendo che sarà un lavoro vano.
Se alla radio passasse una canzone di Jovanotti cercherò di non inveire cambiando subito stazione.
Cambierò solo stazione (subito) e mi terrò il bonus da usare contro (in alternativa) a Ornella Vanoni, Giorgia, l’immancabbile Gigi D’Alessio e Tiziano Ferro.
Leggere articoli di giornalisti avversi accresce il proprio background culturale?
Lo faro’, ma su Maurizio Belpietro chiederò il legittimo impedimento.

Ti esorto – prima di affrontare il lungo viaggio – a cambiare l’olio ed i filtri alle renne.
Stai tranquillo, i nostri mezzi d’informazione hanno dato poco risalto l’anno scorso alla notizia di quella renna che ha grippato.
Poi era ancora in garanzia.
Diffida di chi ti vuole aiutare a consegnare i doni.
E’ una scusa per andare alla ricerca delle mamme più disinibite da arruolare nei provini dei film porno.

Un caro saluto ma… cosa ci fai a Singapore con una scheda telefonica anonima davanti alle quotazioni del derby di domenica sera?